Dolcino! Altro che Robin Hood…

Siamo abituati a subire la seduzione di vicende storiche cariche di epica con al centro della narrazione personaggi storici o di fantasia che si agitano in ambienti esotici, eppure, basta scoprire pagine di storia rimosse che vicende fascinose appaiono con forza e vitalità a due passi da.. Torino! In uno scenario medievale che mescola le ambientazioni di Robin Hodd con le crociate, troviamo nella provincia torinese azione, grandi ideali, amore e morte.

All’inizio del XIV secolo, infatti, termina sulle montagne biellesi una breve ma importante vicenda: l’eresia dolciniana. Si tratta di una storia che ben si presta a una potente narrazione, letteraria o cinematografica, e con fondate documentazioni storiche.

Perché sia misconosciuta non é un mistero, le implicazioni ideologiche e politiche la rendono troppo “eversiva”, perciò scomoda. Alcuni, addirittura la negano, minimizzandone la portata per ridurla a un fenomeno di vile brigantaggio, e così finiamo col perdere un pezzo di storia e con essa quanto ha da insegnarci.

Per il fascino di questa storia e per il dovere di coltivarne la memoria, proverò a sintetizzare quanto accaduto.

Il 10 marzo 1306 gli eretici dolciniani giungono sulle montagne biellesi, presso il massiccio del monte Tirlo (alt. 1301 m.). Fra uomini e donne sono circa un migliaio, reduci da due anni di guerriglia contro gli armigeri del vescovo Raniero. Per i biellesi sono i “Gàser” (Gàzzari) o “Sgars”, ma loro si chiamano “Apostolici”, noti anche come “Poveri di Cristo”. Li guida Fra Dolcino, insieme alla sua compagna, la trentina Margherita e al suo luogotenente, esperto uomo d’armi, Longino di Bergamo.

Biella è stata scomunicata nel 1291 dal vescovo di Biella e Vercelli, Aimone di Challant, sicché il territorio è propizio agli eretici sovversivi.

Il movimento eretico degli Apostolici è fondato da Gherardo Segarelli (o Segalelli), un francescano dissidente, che opera nel parmense fra il 1260 e il 1300, anno in cui finisce sul rogo. All’epoca, la scena politica dell’Italia settentrionale è dominata dallo scontro fra Guelfi e Ghibellini, con Matteo Visconti (ghibellino) in guerra contro Raniero Avogadro (guelfo).

Fra Dolcino (forse della famiglia Tornielli), ex discepolo di Segarelli, si sposta in Trentino con i suoi seguaci, ma la persecuzione lo spinge in Lombardia, dopodiché attraversa il Piemonte, dove viene accolto con favore a Gattinara e Vercelli, centri urbani in rivolta contro i guelfi. Qui crea una comunità di circa 4.000 persone.

Immagine popolare degli Apostolici

Gli apostolici negano l’autorità della Chiesa corrotta dai vizi del potere temporale, negano la necessità della gerarchia ecclesiale, giacché ritengono che il rapporto sacro fra Dio e uomo non può essere gestito da alcuna regola” formale esteriore. 

Negano anche la necessità della castità, per loro è solo una libera scelta. Anche le donne possono praticare l’insegnamento dottrinale, perché riconoscono la parità di genere. Vivono in comunità, itineranti e in povertà.

In breve, sovvertono l’ordine clerico-feudale rifacendosi alle esperienze delle prime comunità cristiane.

Prima Gherardo, poi altri tre fratelli bruciati vivi in Trentino, infine le armi per difendere la comunità dalla soldataglia della Chiesa corrotta che insieme agli aristocratici schiaccia la plebe con servitù e mercantilismo.

Non c’era più spazio per vivere in pace secondo la parola di Cristo, rimaneva solo la disperata difesa della vita dei fratelli. Anche il rifugio della Parete Calva (presso Campertogno, Valsesia) non era più sicuro, solo il viaggio verso terre più ospitali poteva salvare la comunità e quel modo di vivere, libero e povero, pregando e predicando. Ci sono comuni in rivolta, c’è la fazione ghibellina e lontano, alla corte imperiale, c’è Federico II che sfida il potere del Papa, e qui c’è da combattere per sopravvivere.

La marcia dalla Valsesia ha sfinito gli Apostolici, sono stanchi e affamati, esasperati.

Con Dolcino ci sono gli uomini della Val Sesia, di Gattinara e Serravalle, di Campertogno, tutti reduci dall’assedio in cui hanno resistito nella base della Parete Calva dall’autunno del 1304 al marzo del 1306. Si sono pure aggiunti dei biellesi, specie quei “routiers”, banditi locali di professione e ribelli agli obblighi feudali che cercano una via di riscatto con le armi. Sono tutti armati come possono, con attrezzi agricoli modificati (falcioni e armi da taglio), con le armi prese ai nemici e con temibili archi da caccia diffusi nelle alpi, simili agli archi lunghi inglesi, così potenti ed efficaci da essere stati proibiti per la loro pericolosità sociale. Combattono uomini e donne, organizzati in gruppi guerrieri di 30/40 combattenti, diretti da Longino e Dolcino. Devono colpire e fuggire, rifornire di cibo e catturare prigionieri buoni per il riscatto, senza affrontare mai in uno scontro campale le forze clericali.

L’eresia dolciniana, oltre che una rivoluzione dottrinale e dai risvolti socio/ politici, costituisce un interessante diversivo tattico in termini bellici.

Fra Dolcino

Mentre il grosso degli Apostolici occupa il Monte Rubello e lo fortificano ergendo una palizzata e un camminamento coperto a protezione di un pozzo, gruppi guerriglierivisitano” il castello di Trivero e i borghi presidiati dalle milizie vescovili, sorprese e sulla difensiva.

La marcia dalla Valsesia alle montagne biellesi ha sbalordito! “Quei cani..”, come li definisce il noto inquisitore domenicano Bernardo Gui nel suo “De Secta”, non solo sono riusciti a resistere all’assedio, ma in pieno inverno sono riusciti a trasferirsi al completo e ad attaccare là dove nessuno li attendeva. Agiscono di notte o di giorno, quando le condizioni meteo sono peggiori; nebbia, pioggia o neve, sono il contorno di azioni improvvise dove gli armigeri in “gambeson” (giaccone trapuntato) e cappello di ferro sono colti di sorpresa uno a uno o a piccoli gruppi.

Da marzo a ottobre i dolciniani hanno il completo controllo del territorio, i soldati vescovili supportati dalle milizie guelfe sono rintanati nei centri fortificati (castello di Monte Cattivo, Curino e Crevacuore).

In maggio, il vescovo Raniero assolda e invia circa 500 armigeri a contenere le scorribande eretiche; sono professionisti, ben armati e sicuri di sé. Quando i prigionieri rilasciati dagli eretici portano la notizia che Dolcino e i suoi si stanno spostando in massa e hanno abbandonato la loro base fortificata, la piccola armata vecovile parte all’attacco del Monte Rubello, devono intercettare i dolciniani e massacrarli. Ma giunti alla palizzata dolciniana tergiversano, forse fiutano una trappola, ma è troppo tardi, perché scatta l’imboscata eretica! Donne e uomini armati in modo leggero sbucano dagli anfratti montani in cui si erano nascosti e aggrediscono da ogni lato il gruppo compatto di soldati, inferiori di numero e terrorizzati. Ne muoiono almeno la metà, altri sono fatti prigionieri.

Dolcino aveva simulato l’abbandono del campo e preparato un’efficiente trappola tattica; per lui e i suoi una vittoria e un grande bottino in armi e prigionieri.

La situazione strategica, però, è infelice; le forze ghibelline di Matteo Visconti sono respinte, sconfitte al ponte di Vaprio l’8 agosto 1306. Ora il vescovo può concentrarsi contro gli eretici per finire quella pericolosa rivolta, e fa le cose in grande. Recluta numerosi armigeri, fra cui 400 (!) balestrieri genovesi e contemporaneamente chiede a neoletto papa Clemente V (al momento a Bordeaux, giacché sta per spostare la sede del papato ad Avignone) addirittura l’approvazione di una Crociata contro gli Apostolici. La ottiene il 7 settembre 1306, e la usa rapidamente per coinvolgere direttamente il comune di Vercelli. Alla crociata partecipano anche i Savoia con l’invio di una banneria, un cavaliere e il suo seguito di uomini d’armi.

Ma il tempo stringe, occorre fare presto perché l’esercito che mette in campo (2.000/2500 uomini) è per lo più legato da una ferma di 40 giorni, e l’inverno si avvicina.

Il piano tattico vescovile è articolato; si tratta di una manovra di assedio a tenaglia contro il Monte Rubello, la base fortificata dolciniana. Dal castello di Trivero sul monte Cattivo può gestire con segnali ottici le due branche della tenaglia e dal monte Rovella può fare lo stesso perfino con Biella.

A sinistra, partendo dal paese di Mosso, i crociati fortificano le vette della cresta del Massaro con terrazzamenti e alloggi per la truppa, 1.200 soldati, e sulla terrazza più grande montano anche due macchine da guerra, due catapulte. Probabilmente si tratta di un trabucco di medie proporzioni e una ballista più piccola, armi di proprietà di Vercelli.

A destra, le milizie di Vercelli devono fortificare le vette delle pendici del Rubello (Craviolo, Sella di Caulera, Civetta e Tirlo) ma i lavori procedono a rilento.

I dolcinani non restano passivi e prendono a colpire le comunicazioni con le retrovie nemiche, ora sguarnite dall’impiego in massa degli armigeri nelle fortificazioni. Ricominciano le azioni di guerriglia e il morale crociato comincia a crollare. A novembre Dolcino realizza persino una sortita e affronta in battaglia la truppa di Vercelli presso la Sella di Stavello; è un piccolo ma feroce combattimento in cui gli eretici vincono e provocano l’arresto dei lavori di fortificazione della tenaglia sinistra.

A dicembre sul Massaro restano 700/800 armigeri, dei 1.200 iniziali, gli altri sono caduti o fuggiti, persino Raniero Avogadro è costretto a salire sul Massaro per rincuorare i suoi e riorganizzarli, impedendo le diserzioni in massa. Con la prima neve, i vercellesi si ritirano a Trivero e lasciano i 700 del vescovo isolati sul Massaro, a soli 200 metri in linea d’aria dalle fortificazioni di Dolcino. Ai crucesignati non resta che tornare a valle.

Dolcino e i suoi hanno vinto ancora!

Il vescovo, allora, ricorre a una tattica molto più articolata e di ampio respiro.

Anzitutto, la “terra bruciata”; gli abitanti di Mosso, Trivero, Coggiola e Flecchia sono evacuati a forza per sottrarre agli eretici ogni fonte di vettovagliamento. Dopodiché il cerchio assediante si allarga creando un quadrilatero di circa 50 chilometri intorno al Rubello e nuove fortificazioni sono realizzate su ordine di Raniero. I crociati occupano varie vette non più a ridosso del Rubello, isolando Dolcino e i suoi in un’area molto più ampia ma lasciandola completamente desolata.

Per Dolcino non ci sono vie d’uscita. Non si può forzare l’assedio (la Valsesia è stata nel frattempo riportata all’ordine da un intervento militare), Visconti al momento è battuto e le fila dei fratelli Apostolici si sono ormai ridotte, rinforzi non ce ne possono essere e la fame li sta consumando. Fra gli Apostolici si sarebbero perfino verificati casi di cannibalismo usando i cadaveri dei compagni morti. La fine è vicina.

Nel marzo 1307 il rinnovato esercito vescovile ritorna all’attacco, ora è superiore in rapporto di due a uno! L’assalto al Rubello è conteso disperatamente dai dolciniani che si difendono con la rabbia di chi non ha più nulla da perdere, consapevoli della fine imminente. Dal 20 al 23 marzo circa 400 denutriti, superstiti eretici, combattono contro un migliaio di crociati una battaglia disperata, la seconda battaglia della Sella di Stavello. Le fortificazioni sul Rubello sono prese d’assalto e il 23, dopo furibonda mischia, conquistate dai vescovili; 140 dolciniani sono prigionieri, fra di essi Longino, Margherita e lo stesso fra Dolcino. L’assedio al monte Rubello è durato 12 mesi e 13 giorni.

L'obelisco del 1907

Il movimento apostolico non viene però cancellato; ancora nel 1374 il sinodo di Narbona sancisce l’ultima condanna e con ogni probabilità il movimento valdese raccoglierà poi i superstiti dolciniani. Dante Alighieri citerà, unica fra le tante eresie, l’eresia dolciniana nella Divina Commedia. Sarà nella seconda metà del XIX secolo che l’esperienza di Dolcino viene riportata alla ribalta dal movimento socialista; dal 1877 i capi dei grandi scioperi degli operai tessili biellesi si riuniscono sul Rubello.

L’11/08/1907 viene inaugurato sulla vetta del monte Massaro alla presenza di 10.000 persone (soprattutto operai biellesi e valsesiani) un obelisco alto 12 metri a memoria del movimento eretico. Sarà abbattuto dai fascisti il 2 settembre 1927.

Il cippo del 1974

Seicento anni dopo l’ultima condanna degli Apostolici, il 14 settembre 1974, sul Massaro e sulle rovine dell’obelisco viene eretto un cippo su iniziativa del Corriere Biellese e di un comitato promotore di cui facevano parte, fra gli altri, Dario Fo, Franca Rame e il comandante partigiano Cino Moscatelli (la zona della lotta armata dolciniana sarà pure teatro della Resistenza al nazifascismo nel 1943/45).

Il cippo è identico a quello presente a Montségur, nei Pirenei occidentali, in ricordo del martirio degli eretici catari nel 1244.

Va detto che i detrattori dell’eresia dolciniana si rifanno alle cronache dell’epoca che attribuiscono ai dolciniani saccheggi e violenze indiscriminate, ma si tratta della retorica dei crociati, senza considerare che la zona interessata fu percorsa per più di un anno da armigeri mercenari, spesso pure disertori. Del resto, che ne sarebbe della memoria della Resistenza se la conoscessimo solo attraverso le cronache naziste o della RSI, che considerava tutti i partigiani come “banditen”?

Resta un’esperienza unica nella storia del Piemonte, in cui una comune cristiana dà filo da torcere a eserciti professionisti foraggiati da feudatari e clero, praticando una lotta libertaria dal profondo valore etico.

Flavio Rossi

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1 commento su “Dolcino! Altro che Robin Hood…”

  1. Chiedo scusa ai followers del blog per la doppia comunicazione della pubblicazione di questo articolo nonchè per la scomparsa dei precedenti commenti, ma dopo alcune difficoltà informatiche siamo finalmente riusciti a pubblicare il post a nome dell’autore. Grazie per la pazienza.

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