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Approfondimento storico su eventi, costumi e curiosità.

“Ma secondo te…?” 2

Altra domanda che capita spesso di sentirsi porre: “ma è vero che le katane sono le spade migliori?”

Le spade giapponesi hanno da sempre la nomea di essere le migliori spade mai create dall’uomo; oggetti talmente perfetti da risultare quasi divini. In Internet e in vari show televisivi, quando sono comparate ad ogni altra spada, le katane ne escono sempre fuori vincitrici, in quanto avrebbero una capacità di taglio, reistenza, e bilanciamento superiori a qualunque altro oggetto sul pianeta… questo purtroppo deriva da un’ignoranza diffusa su come sia in realtà fatta una spada europea, in quanto l’immagine ormai impressa nella mente dell’occidentale medio è che i guerrieri medievali fossero dei bruti, che combattevano con delle specie di lunghe clave metalliche e che si limitassero a spaccare e rompere le ossa dei loro avversari; mentre i samurai invece sono dei guerrieri perfetti e letali, votati all’onore e alla disciplina, possessori della più perfetta delle armi.

Analizziamo un po’ meglio come sia fatta in realtà una katana, e cerchiamo di compararla in maniera approfondita ad una spada europea… per fare questo vi rimando a 3 (ottimi) video realizzati da Matt Easton, leader della Schola Gladiatoria.

http://www.youtube.com/watch?v=VnkVlK3BFLw&list=PLMUtS78ZxryNYFe-Z4jV_KxQ2sQaevrUz&index=15

http://www.youtube.com/watch?v=_YZDb98Mqnk&list=PLMUtS78ZxryNYFe-Z4jV_KxQ2sQaevrUz&index=20

http://www.youtube.com/watch?v=R4plBF80UBo&list=PLMUtS78ZxryNYFe-Z4jV_KxQ2sQaevrUz&index=21

Dopo aver visto questi video, cosa ne pensate ancora della katana? Io non posso concordare con Matt, dicendo che essa è una spada come un’altra, che (come ogni spada) nelle mani giuste, ovvero quelle di uno spadaccino sufficientemente addestrato, è in grado di essere un’arma letale.

Jack “Mad” Churchill

Chi di noi appassionati di scherma non sogna di poter scendere in  campo  armato di spada, arco, frecce e cornamusa, come gli eroi di cui leggeva da bambino? Ebbene, c’è chi è sceso in un vero campo di battaglia armato ed equipaggiato in questo modo… e non secoli orsono, quando queste erano le armi più tecnologicamente avanzate dell’epoca, ma durante la seconda guerra mondiale!

John Malcolm Thorpe Fleming “Jack” Churchill (1906 – 1996)  è stato un militare britannico. Soprannominato anche Fighting Jack Churchill (“Jack Churchill il combattente”) e Mad Jack (“Jack il matto”), combatté per tutta la durata della Seconda guerra mondiale armato di longbow, frecce e spada scozzese a lama larga. È anche noto per il motto “ogni ufficiale che va all’azione senza spada è armato in modo inappropriato”. Raggiunse il grado di tenente colonnello. E’ l’unico soldato britannico ad aver abbattuto un nemico con un longbow nella seconda guerra mondiale. Potete vederlo in basso a destra nella foto qui sotto.

Jack_Churchill_leading_training_charge_with_sword

La figura così carsmatica di questo soldato, così temerario da scendere in battaglia armato di spada, fa sicuramente riflettere sul fatto che, la spada, sia ancora oggi rispettata e “venerata” come la più nobile delle armi.

E voi sareste così “pazzi” da scendere in battaglia armati così? 😛

Vi lascio il link di wikipedia dove potete trovare molte più informazioni sulla sua vita: http://it.wikipedia.org/wiki/Jack_Churchill

L’arte nel Medioevo: il Palazzo Pubblico a Siena

Il Palazzo Pubblico di Siena è un vero e proprio libro aperto sul Medioevo: non solo per la sua architettura maestosa, capolavoro di gotico civile, ma anche per i meravigliosi affreschi contenuti al suo interno, nel Museo Civico.

Costruzione del Palazzo Pubblico

Il Palazzo Pubblico di Siena fu costruito quasi contemporaneamente al Palazzo Vecchio di Firenze, a riprova della rivalità fra i due comuni toscani. Proprio gli antagonismi verificatisi tra i maggiori centri della Toscana medievale furono all’origine di alcuni tra gli esiti più produttivi nella storia dell’architettura: permisero lo sviluppo del nuovo stile gotico e la sua applicazione non solo agli edifici religiosi, ma anche alle architetture difensive civili, come i palazzi comunali.

All’inizio del XIII secolo si svilupparono forti tensioni tra le due fazioni rivali dei guelfi (per lo più fedeli al Papa) e dei ghibellini (sostenitori dell’Imperatore): protagoniste indiscusse di questo lunghissimo scontro furono Firenze, di orientamento guelfo, e Siena, a maggioranza ghibellina. In occasione dei frequenti cambi di potere e dei reciproci assoggettamenti, che caratterizzarono la politica toscana per ben duecento anni, si compiva ogni volta il medesimo rituale: le abitazioni dei membri del partito nemico erano rase al suolo, e sarebbero state ricostruite maggiormente fortificate solo in occasione di una nuova vittoria. In conseguenza dei continui disordini, l’aspetto dei comuni medievali era soggetto a costanti e radicali cambiamenti.

In questa situazione politica di instabilità e di continue lotte di potere si inserisce la costruzione del Palazzo Pubblico di Siena: esso fu edificato tra il 1297 e il 1310 e rappresenta un tipico esempio di palazzo comunale del XIII secolo, con arcate al piano terra e finestre trifore riccamente decorate.

La caratteristica torre dell’orologio, detta Torre del Mangia (88 metri), fu costruita su una loggia addossata al fianco sinistro e superò per importanza tutte le torri gentilizie presenti in città.

Il Palazzo Pubblico di Siena s’innalza come la scena principale di un antico teatro, sul margine inferiore della ripida Piazza del Campo. Sin dal 1280, tutti gli edifici circostanti dovettero attenersi a rigide disposizioni, finalizzate ad impedire che fosse turbata l’immagine unitaria della piazza.

Museo Civico: una storia per immagini

Il Palazzo Pubblico alloggiava tutti i più importanti uffici comunali, e rivestiva un ruolo di rappresentanza grazie al quale, attraverso gli splendidi affreschi realizzati al suo interno, ci è stata tramandata nei secoli l’immagine che Siena intendeva comunicare di sé.

Poiché sarebbe troppo lungo descrivere tutte le meravigliose opere d’arte che rendono il Palazzo Pubblico di Siena un polo di attrazione turistica a livello mondiale, ho scelto di soffermarmi sugli affreschi contenuti in due delle sue numerose sale.

La prima sala di cui voglio parlare è la Sala del mappamondo, e in particolare dell’affresco intitolato Guidoriccio da Fogliano si reca all’assedio di Montemassi: tale dipinto faceva parte di un gruppo di rappresentazioni analoghe che avevano il compito di testimoniare il successo della politica espansionistica senese in quegli anni. Il cavaliere è ammantato in una giornea (sopravveste con caratteristiche aperture laterali) che reca ricamate le insegne della famiglia Fogliano, e monta un cavallo la cui gualdrappa è realizzata con la medesima foggia. Le due figure si stagliano sulla superficie del dipinto, quasi non avessero alcun tipo di contatto con l’ambiente circostante: il castello di Montemassi a sinistra, con gli steccati dell’assedio sopra e sotto, il battifolle (tipica opera di fortificazione medievale) con le torri d’assedio e l’accampamento dell’esercito senese in basso sulla destra, circondato da tende e orti coltivati. Si tratta di un tema inconsueto per un affresco, che coincide con la nascita della “pittura di cronaca”, legata alla realtà e alla politica piuttosto che utilizzata come strumento di intermediazione tra l’umano e il divino.

Guidoriccio da Fogliano si reca all’assedio di Montemassi

Dalla Sala del mappamondo si accede alla Sala della Pace o Sala dei Nove, forse la più nota, ricchissima di implicazioni filosofiche, politiche e artistiche che richiederebbero più di una semplice visita per essere adeguatamente approfondite. Il suo nome è dovuto al governo dei Nove, quello che resse Siena meglio e più a lungo (1287 – 1355), garantendole uno sviluppo economico ed artistico con pochi eguali al mondo; ma nei secoli essa fu chiamata in molti altri modi, tra cui “sala delle balestre”, in quanto adibita ad armeria, “sala del Buon Governo”, per l’omonima allegoria in essa ospitata, “sala della Pace”, da una delle figure rappresentate in tale allegoria.

Proprio i Nove, nel 1337, incaricarono Ambrogio Lorenzetti di affrescare la sala. Dato il suo elevato valore rappresentativo, essa risulta improntata all’elevazione politica e morale dell’amministrazione cittadina: si tratta del primo ciclo profano della storia dell’arte giunto fino a noi.

Il piano iconografico dell’opera si struttura in quattro momenti fondamentali: il primo è quello dell’ Allegoria del Cattivo Governo, dipinto specularmente all’Allegoria del Buon Governo per permettere un diretto confronto didascalico tra i contenuti delle due opere. Al centro dell’affresco siede in trono la personificazione della Tirannide, in decisa contrapposizione con il Comune nell’Allegoria del Buon Governo; ai suoi piedi è accasciata una capra nera demoniaca, alter ego della lupa allattatrice dei gemelli, simbolo di Siena. Al disopra della Tirannide si librano in volo tre vizi alati: l’Avarizia (dotata di un lungo uncino per arpionare ricchezze e di due borse le cui aperture sono strette in una morsa), la Superbia (che imbraccia una spada e un giogo), la Vanagloria (che regge uno specchio, per ammirare la propria bellezza esteriore, e una fronda secca, simbolo di volubilità). Accanto alla Tirannide sono invece rappresentate le varie sfaccettature del male (la Crudeltà, il Tradimento, la Frode, il Furore, la Divisione, la Guerra), mentre ai suoi piedi si trova la Giustizia, che è stata soggiogata, spogliata del mantello e della corona, presenta le mani legate ed un’espressione triste, i piatti della bilancia rovesciati a terra. Essa è legata con una corda in mano ad un unico individuo, piuttosto che all’intera comunità.

Allegoria del Cattivo Governo

Diretta conseguenza del precedente affresco è quello posto alla sua sinistra, Effetti del cattivo governo in città e in campagna: la città rappresentata è crollante ed invasa dalle macerie, perché i suoi cittadini distruggono piuttosto che costruire, si verificano omicidi ed arresti di innocenti, le condizioni economiche risultano miserabili; la campagna è incendiata ed eserciti marciano verso le mura cittadine, mentre  nel cielo vola il Timore.

Effetti del Cattivo Governo in città e in campagna

Sulla parete opposta alla finestra vi è l’Allegoria del Buon Governo, nelle migliori condizioni di visibilità: a sinistra, in posizione elevata, si trova la Sapienza Divina, incoronata ed alata, che regge un libro nella mano sinistra e una bilancia, simbolo di giustizia, nella mano destra. Verso la Sapienza divina rivolge il suo sguardo la Giustizia in trono, che ha il solo compito di amministrare la bilancia. I piatti di tale bilancia sono gestiti da due angeli, legati per mezzo di corde che si uniscono nelle mani della Concordia (seduta al disotto), nelle cui mani si trova una pialla “livellatrice” dei contrasti. La corda così risultante è tenuta in pugno da ventiquattro cittadini allineati a fianco della Concordia e simboleggianti la comunità di Siena, ciascuno vestito in maniera diversa e dunque appartenenti a varie classi sociali e professioni. Al termine del corteo di cittadini è rappresentata la lupa con i due gemelli, al disopra della quale si staglia il Comune di Siena, che tiene legata al polso destro la corda consegnatagli dai cittadini stessi. Il Comune è protetto ed ispirato dalle tre Virtù teologali, (Fede, Speranza, Carità) rappresentate in alto come figure alate, ed è affiancato dalle Virtù cardinali (Giustizia, Temperanza, Prudenza, Fortezza), che siedono ai suoi lati: queste ultime Virtù cardinali recano alcuni accessori tipici dell’iconografia medievale, quali la spada, la corona ed il capo mozzo in mano alla Giustizia, la clessidra, simbolo del saggio impiego del tempo, in mano alla Temperanza, uno specchio, utilizzato per l’interpretazione del passato, per la corretta lettura del presente e per la previsione del futuro, in mano alla Prudenza, la mazza e lo scudo in mano alla Fortezza. Ad esse si uniscono altre due Virtù non convenzionali: la Pace, mollemente sdraiata su un cumulo di armi, che reca in mano un ramo d’ulivo, e la Magnanimità, dispensatrice di corone e denari. Più in basso si trova l’esercito cittadino, composto dalla cavalleria e dalla fanteria, che sottomette un gruppo di uomini costituito da una serie di prigionieri legati da una corda, da due uomini armati che consegnano il loro castello e da un altro uomo che cede le chiavi della sua città.

Allegoria del Buon Governo

Infine, l’ultimo passaggio in cui si articola il piano iconografico è costituito da un ulteriore affresco, idealmente suddiviso in due scene distinte: la prima rappresenta gli Effetti del Buon Governo in città, la seconda gli Effetti del Buon Governo in Campagna. Si tratta dell’emanazione prodotta dal Buon Governo precedentemente descritto e doveva esprimere, attraverso un esempio eloquente, gli obiettivi perseguiti dai governanti della città di Siena.

La città è dominata da una moltitudine di vie, piazze, palazzi, botteghe, e tutti gli edifici presentano ornamenti tra cui bifore, tetti merlati, archi, travi in legno, piante e fiori sulle terrazze: lussi che solo il Buon Governo può assicurare. In alto a sinistra spuntano il campanile e la cupola del Duomo, simbolo della città. La città è inoltre popolata da abitanti laboriosi, dediti all’artigianato, al commercio, all’attività edilizia, ma anche da cittadini colti, come dimostra un signore in cattedra elegantemente vestito che impartisce una lezione ad un attento uditorio. Si svolgono però anche attività non lavorative, come è logico aspettarsi all’interno di una città pacifica e florida: in particolare, si osserva in primo piano un armonioso gruppo di danzatrici, che ballano tenendosi per mano al ritmo di una suonatrice di cembalo e rappresentano l’incarnazione della Concordia. La città è poi delimitata e separata dal contado attraverso le mura rappresentate di scorcio, presso le quali si svolgono quelle attività che risultano più legate alla campagna, in sostanza di smistamento delle materie provenienti dal contado per essere vendute in città.

Effetti del Buon Governo in città

In campagna, invece, sono raffigurati cittadini e contadini che viaggiano lungo le strade, giovani a caccia con la loro balestra tra vigne e ulivi,contadini che seminano, zappano ed arano la terra, tenute, case coloniche, ville e borghi fortificati. Nell’aria si libra la personificazione della Sicurezza, che è rappresentata nuda (si tratta di uno dei primi nudi medievali con significato positivo, poichè fino ad allora i nudi erano utilizzati esclusivamente in riferimento alle anime dei dannati), che regge tra le mani un delinquente impiccato ed un cartiglio. Le attività contadine raffigurate si riferiscono a periodi diversi dell’anno: il dipinto, dunque, ha l’obiettivo di comunicare un quadro di floridezza generale, piuttosto che di “scattare” una fotografia realistica, riferita ad un momento preciso. Un’ultima particolarità da sottolineare riguarda la strada lastricata in discesa, che si dipana dalle mura cittadine ed unisce la campaga al contado: il pendio della strada intende riprodurre in maniera realistica l’altitudine della città di Siena, alcune delle cui porte si trovavano veramente ad un livello notevole ed erano raggiungibili solo attraverso percorsi in salita.

Effetti del Buon Governo in campagna

Dal Medioevo all’età moderna: storia del (primo) progresso economico

L’interpretazione vittoriana del Medioevo, responsabile di aver attribuito a questo periodo l’infelice denominazione di “secoli bui”, sembra oggi completamente superata: finalmente, l’età contemporanea rende giustizia alla rivoluzionaria capacità degli uomini medievali di sviluppare un nuovo modello di economia.

Nel periodo 1300 – 1400 l’Italia si situò al centro dei traffici commerciali e produttivi europei, rivestendo inoltre un ruolo di faro della cultura e della scienza, incoraggiate dalla diffusione del mecenatismo: si tratta del periodo del Rinascimento.

Il presupposto di tale grandezza risiede nella partecipazione alle Crociate in Terrasanta da parte delle Repubbliche Marinare italiane (Venezia, Genova e, di minore importanza, Pisa e Amalfi): esse instaurarono in tal modo scambi con India e Cina e svilupparono le importazioni di materie prime (seta, spezie, coloranti per tessuti). La seta rappresentava il “tessuto aristocratico” per antonomasia, in contrasto con i panni lana borghesi e contadini, le spezie (es. chiodi di garofano, cannella, peperoncino) venivano utilizzate soprattutto per la conservazione della carne, mentre i coloranti naturali erano utilizzati per vivacizzare i tipici tessuti europei, naturalmente grigio – marroni.

Le Repubbliche Marinare rappresentavano dei piccoli Stati indipendenti, in quanto erano riuscite a sottrarsi alla dominazione del Sacro Romano Impero. Analogamente ad esse, anche alcune città “signorili” (Firenze, Verona, Ferrara, Milano) si governavano autonomamente, svolgendo inoltre un ruolo commerciale di primaria importanza. Le città – Stato italiane si specializzarono nella produzione e tessitura di panni lana, utilizzando materie prime importate prevalentemente dall’Africa Settentrionale e commercializzando i prodotti finiti in tutto il continente europeo. Il principale centro dei commerci che si svolgevano nel vecchio continente era la regione francese della Champagne con il suo capoluogo, Reims, vero punto d’incontro per i commercianti di tutto il continente e luogo di scambio di lana, legnami pregiati e metalli.

La figura del commerciante

Inizialmente i commercianti erano soggetti isolati, diretti verso le fiere della Champagne in piccole carovane a cavallo di muli attraverso il valico del Gran S. Bernardo, transitabile solo per pochi mesi all’anno. La merce di scambio era rappresentata da monete d’oro e d’argento ammucchiate in sacchetti, che rendevano inevitabilmente i commercianti facili prede di ladri e briganti. Tale problema fu quasi del tutto risolto quando nacquero le lettere di cambio, che, specialmente in Toscana, decretarono l’inizio dello svolgimento di attività di cambio (e successivamente di attività creditizie, anche nei confronti dei governi signorili sempre alla ricerca di risorse) da parte di alcune famiglie specializzate. Nacque di conseguenza una primitiva attività finanziaria (a Firenze la più importante famiglia ad esercitarla fu quella dei Medici, mentre a Prato la famiglia Datini sviluppò una prima “attività commerciale multinazionale”).

La figura del produttore

Non esistevano all’epoca fabbriche intese nel senso moderno del termine, ma solo botteghe artigiane presso le quali un direttore (mastro artigiano, generalmente anche proprietario dell’edificio e di alcune semplici macchine) impiegava un numero ristretto di apprendisti (circa dieci o quindici). Le botteghe svolgevano dunque un ruolo di formazione fondamentale, in assenza delle scuole elementari. Le attività produttive più importanti erano quelle legate all’attività tessile: cardatura, filatura con arcolaio, tessitura su semplici telai in legno, trasferimento in apposite botteghe, dette gualchiere, in cui avveniva la battitura in acqua per l’infeltrimento del panno lana definitivo. L’associazione di botteghe artigiane, per esigenze di rappresentatività, determinò la nascita delle corporazioni, sia settoriali sia a livello cittadino (nel 1212, a Firenze nacque l’arte della lana o dei “ciompi”).

Funzioni delle corporazioni di arti e mestieri

  • Regolamentazione del mercato: la Corporazione poteva intervenire sull’offerta di beni a seconda dell’ammontare della domanda (per quanto, in epoca contemporanea, il concetto di incontro tra domanda ed offerta rappresenti un prerequisito fondamentale per l’esistenza di un mercato, questa fu certamente una tra le funzioni più innovative e moderne svolte nell’ambito dell’economia medievale); essa poteva infatti incentivare una crescita della produzione, in situazioni di domanda elevata, oppure un suo “raffreddamento”, nel corso di congiunture economiche sfavorevoli, anche ricorrendo ad una riduzione nelle assunzioni degli apprendisti o a forme di “prepensionamento” della capacità produttiva in eccesso. Tale funzione, basata sull’azione di una “mano visibile” (le Corporazioni) a regolamentazione del mercato, ha resistito fino all’introduzione del concetto classico di mercato come “mano invisibile” (sostenuto da Smith ma contestato da Say), in grado di equilibrare automaticamente la domanda con l’offerta (il concetto di mercato come “mano invisibile” poté essere applicato con successo al mercato concorrenziale effettivamente sviluppatosi tra la metà del 1600 e la metà del 1800, ma vi sono forti dubbi sulla possibilità che esso resti valido anche per il mercato contemporaneo)
  • Controllo di qualità: le Corporazioni esercitavano un compito di vigilanza sulle produzioni locali, finalizzato al mantenimento di un’immagine credibile ed affidabile di botteghe e città e fondato sul rispetto di parametri qualitativi standard (la conformità a tali parametri risultava fondamentale anche per entrare a far parte della stessa Corporazione: all’artigiano che desiderasse affiliarvisi, infatti, era richiesta la realizzazione di un “capolavoro”, cioè di un prodotto qualitativamente perfetto che ne dimostrasse l’abilità e la maestria)
  • Raccolta delle imposte: nel Medioevo, le imposte colpivano prevalentemente la ricchezza fondiaria (terre ed immobili), individuata attraverso un grande libro comunale del catasto chiamato “Sommarione”; ogni pagina del libro era dedicata ad una specifica famiglia, al terreno di sua proprietà ed a ciascuna produzione effettuata su di esso: le imposte venivano quantificate a seconda di tali informazioni. In Piemonte, l’imposta tipica medievale era chiamata “tasso”. Non esistevano invece imposte dirette sulle attività produttive, a meno che lo Stato non le esigesse straordinariamente per finanziarie specifiche iniziative, spesso di tipo bellico
  • Regolazione delle controversie commerciali: tutte le cause di tipo commerciale erano risolte dalla Corporazione: gradualmente, nel corso del Medioevo si formarono veri e propri tribunali commerciali presso gli uffici delle Corporazioni, esperti nell’ambito delle pratiche legali commerciali, che rappresentarono il fondamento per la successiva legislazione commerciale ottocentesca
  • Formazione professionale: essa iniziava a circa nove o dieci anni di età ed era prevalentemente diffusa nelle campagne e sulle montagne (in Piemonte, le prime scuole elementari nacquero nelle Valli Valdesi nel XVI secolo, con lo scopo di insegnare ai bambini la lettura della Bibbia); tale situazione sarebbe cambiata profondamente con l’avvento della Rivoluzione Industriale, che spostò nelle città il baricentro della formazione professionale
  • Assistenza mutualistica: le forme di assistenza corporative prevedevano che ogni affiliato versasse una quota destinata ai membri della Corporazione impossibilitati a lavorare, oppure malati e bisognosi di cure mediche e di medicine, o ancora aventi diritto ad una pensione a causa dell’età avanzata. Quando, nel XIX secolo, le Corporazioni furono abolite, per un periodo le pratiche assistenziali vennero sostenute esclusivamente da enti di tipo religioso, fino alla nascita delle Società di Mutuo Soccorso operaie (in Italia) e delle Friendly Societies (in Inghilterra)
  • Partecipazione alla vita sociale e religiosa: le Corporazioni erano caratterizzate da una forte identità interna e partecipavano in modo unito agli eventi importanti organizzati sul territorio di riferimento (es. a livello cittadino)

 L’equilibrio che pose l’Italia al centro dei traffici commerciali internazionali perdurò fino al 1492, anno in cui la corona spagnola sostenne l’impresa navale di Cristoforo Colombo.

“Antichi rimedi…oggi” (XIV Settimana della Cultura)

Un po’ all’ultimo momento vi segnalo che, in occasione della XIV Settimana della Cultura, al Borgo Medievale si terrà una visita guidata gratuita dal nome “Antichi rimedi…oggi“.

Il percorso, delinea lo sviluppo della medicina medievale tra scienza, superstizione e fede proponendo un confronto con i nostri giorni: attraverso la visita al giardino sarà possibile conoscere piante officinali, cosmetiche e aromatiche.”

Quando? sabato 14 APRILE – 15.00-16.00 e 16.00-17.00 (2 percorsi)

Ecco la pagina ufficiale

Volti di ferro

Pensiamo alla parola “elmo”. Che cosa ci fa venire in mente? “Protezione”? Sicuramente è corretto, ma non è sufficiente. Ora pensiamo a “maschera”. Si presenta uno scenario più variegato: “protezione”, ma anche “nascondere”, “intimorire”, “burlare”, “recitare”…
I due termini possono essere sovrapposti, infatti già nell’Antica Grecia e nell’Impero romano gli elmi divennero maschere da guerra e nel Medioevo assunsero i tratti grotteschi tipici dei bestiari. In parallelo possiamo trovare gli stessi significati negli elmi dei Samurai.

Ecco un’interessante clip di Mastro Corradin che sottolinea queste caratteristiche: Volti di ferro

Dolcino! Altro che Robin Hood…

Siamo abituati a subire la seduzione di vicende storiche cariche di epica con al centro della narrazione personaggi storici o di fantasia che si agitano in ambienti esotici, eppure, basta scoprire pagine di storia rimosse che vicende fascinose appaiono con forza e vitalità a due passi da.. Torino! In uno scenario medievale che mescola le ambientazioni di Robin Hodd con le crociate, troviamo nella provincia torinese azione, grandi ideali, amore e morte.

All’inizio del XIV secolo, infatti, termina sulle montagne biellesi una breve ma importante vicenda: l’eresia dolciniana. Si tratta di una storia che ben si presta a una potente narrazione, letteraria o cinematografica, e con fondate documentazioni storiche.

Perché sia misconosciuta non é un mistero, le implicazioni ideologiche e politiche la rendono troppo “eversiva”, perciò scomoda. Alcuni, addirittura la negano, minimizzandone la portata per ridurla a un fenomeno di vile brigantaggio, e così finiamo col perdere un pezzo di storia e con essa quanto ha da insegnarci.

Per il fascino di questa storia e per il dovere di coltivarne la memoria, proverò a sintetizzare quanto accaduto.

Il 10 marzo 1306 gli eretici dolciniani giungono sulle montagne biellesi, presso il massiccio del monte Tirlo (alt. 1301 m.). Fra uomini e donne sono circa un migliaio, reduci da due anni di guerriglia contro gli armigeri del vescovo Raniero. Per i biellesi sono i “Gàser” (Gàzzari) o “Sgars”, ma loro si chiamano “Apostolici”, noti anche come “Poveri di Cristo”. Li guida Fra Dolcino, insieme alla sua compagna, la trentina Margherita e al suo luogotenente, esperto uomo d’armi, Longino di Bergamo.

Biella è stata scomunicata nel 1291 dal vescovo di Biella e Vercelli, Aimone di Challant, sicché il territorio è propizio agli eretici sovversivi.

Il movimento eretico degli Apostolici è fondato da Gherardo Segarelli (o Segalelli), un francescano dissidente, che opera nel parmense fra il 1260 e il 1300, anno in cui finisce sul rogo. All’epoca, la scena politica dell’Italia settentrionale è dominata dallo scontro fra Guelfi e Ghibellini, con Matteo Visconti (ghibellino) in guerra contro Raniero Avogadro (guelfo).

Fra Dolcino (forse della famiglia Tornielli), ex discepolo di Segarelli, si sposta in Trentino con i suoi seguaci, ma la persecuzione lo spinge in Lombardia, dopodiché attraversa il Piemonte, dove viene accolto con favore a Gattinara e Vercelli, centri urbani in rivolta contro i guelfi. Qui crea una comunità di circa 4.000 persone.

Immagine popolare degli Apostolici

Gli apostolici negano l’autorità della Chiesa corrotta dai vizi del potere temporale, negano la necessità della gerarchia ecclesiale, giacché ritengono che il rapporto sacro fra Dio e uomo non può essere gestito da alcuna regola” formale esteriore. 

Negano anche la necessità della castità, per loro è solo una libera scelta. Anche le donne possono praticare l’insegnamento dottrinale, perché riconoscono la parità di genere. Vivono in comunità, itineranti e in povertà.

In breve, sovvertono l’ordine clerico-feudale rifacendosi alle esperienze delle prime comunità cristiane.

Prima Gherardo, poi altri tre fratelli bruciati vivi in Trentino, infine le armi per difendere la comunità dalla soldataglia della Chiesa corrotta che insieme agli aristocratici schiaccia la plebe con servitù e mercantilismo.

Non c’era più spazio per vivere in pace secondo la parola di Cristo, rimaneva solo la disperata difesa della vita dei fratelli. Anche il rifugio della Parete Calva (presso Campertogno, Valsesia) non era più sicuro, solo il viaggio verso terre più ospitali poteva salvare la comunità e quel modo di vivere, libero e povero, pregando e predicando. Ci sono comuni in rivolta, c’è la fazione ghibellina e lontano, alla corte imperiale, c’è Federico II che sfida il potere del Papa, e qui c’è da combattere per sopravvivere.

La marcia dalla Valsesia ha sfinito gli Apostolici, sono stanchi e affamati, esasperati.

Con Dolcino ci sono gli uomini della Val Sesia, di Gattinara e Serravalle, di Campertogno, tutti reduci dall’assedio in cui hanno resistito nella base della Parete Calva dall’autunno del 1304 al marzo del 1306. Si sono pure aggiunti dei biellesi, specie quei “routiers”, banditi locali di professione e ribelli agli obblighi feudali che cercano una via di riscatto con le armi. Sono tutti armati come possono, con attrezzi agricoli modificati (falcioni e armi da taglio), con le armi prese ai nemici e con temibili archi da caccia diffusi nelle alpi, simili agli archi lunghi inglesi, così potenti ed efficaci da essere stati proibiti per la loro pericolosità sociale. Combattono uomini e donne, organizzati in gruppi guerrieri di 30/40 combattenti, diretti da Longino e Dolcino. Devono colpire e fuggire, rifornire di cibo e catturare prigionieri buoni per il riscatto, senza affrontare mai in uno scontro campale le forze clericali.

L’eresia dolciniana, oltre che una rivoluzione dottrinale e dai risvolti socio/ politici, costituisce un interessante diversivo tattico in termini bellici.

Fra Dolcino

Mentre il grosso degli Apostolici occupa il Monte Rubello e lo fortificano ergendo una palizzata e un camminamento coperto a protezione di un pozzo, gruppi guerriglierivisitano” il castello di Trivero e i borghi presidiati dalle milizie vescovili, sorprese e sulla difensiva.

La marcia dalla Valsesia alle montagne biellesi ha sbalordito! “Quei cani..”, come li definisce il noto inquisitore domenicano Bernardo Gui nel suo “De Secta”, non solo sono riusciti a resistere all’assedio, ma in pieno inverno sono riusciti a trasferirsi al completo e ad attaccare là dove nessuno li attendeva. Agiscono di notte o di giorno, quando le condizioni meteo sono peggiori; nebbia, pioggia o neve, sono il contorno di azioni improvvise dove gli armigeri in “gambeson” (giaccone trapuntato) e cappello di ferro sono colti di sorpresa uno a uno o a piccoli gruppi.

Da marzo a ottobre i dolciniani hanno il completo controllo del territorio, i soldati vescovili supportati dalle milizie guelfe sono rintanati nei centri fortificati (castello di Monte Cattivo, Curino e Crevacuore).

In maggio, il vescovo Raniero assolda e invia circa 500 armigeri a contenere le scorribande eretiche; sono professionisti, ben armati e sicuri di sé. Quando i prigionieri rilasciati dagli eretici portano la notizia che Dolcino e i suoi si stanno spostando in massa e hanno abbandonato la loro base fortificata, la piccola armata vecovile parte all’attacco del Monte Rubello, devono intercettare i dolciniani e massacrarli. Ma giunti alla palizzata dolciniana tergiversano, forse fiutano una trappola, ma è troppo tardi, perché scatta l’imboscata eretica! Donne e uomini armati in modo leggero sbucano dagli anfratti montani in cui si erano nascosti e aggrediscono da ogni lato il gruppo compatto di soldati, inferiori di numero e terrorizzati. Ne muoiono almeno la metà, altri sono fatti prigionieri.

Dolcino aveva simulato l’abbandono del campo e preparato un’efficiente trappola tattica; per lui e i suoi una vittoria e un grande bottino in armi e prigionieri.

La situazione strategica, però, è infelice; le forze ghibelline di Matteo Visconti sono respinte, sconfitte al ponte di Vaprio l’8 agosto 1306. Ora il vescovo può concentrarsi contro gli eretici per finire quella pericolosa rivolta, e fa le cose in grande. Recluta numerosi armigeri, fra cui 400 (!) balestrieri genovesi e contemporaneamente chiede a neoletto papa Clemente V (al momento a Bordeaux, giacché sta per spostare la sede del papato ad Avignone) addirittura l’approvazione di una Crociata contro gli Apostolici. La ottiene il 7 settembre 1306, e la usa rapidamente per coinvolgere direttamente il comune di Vercelli. Alla crociata partecipano anche i Savoia con l’invio di una banneria, un cavaliere e il suo seguito di uomini d’armi.

Ma il tempo stringe, occorre fare presto perché l’esercito che mette in campo (2.000/2500 uomini) è per lo più legato da una ferma di 40 giorni, e l’inverno si avvicina.

Il piano tattico vescovile è articolato; si tratta di una manovra di assedio a tenaglia contro il Monte Rubello, la base fortificata dolciniana. Dal castello di Trivero sul monte Cattivo può gestire con segnali ottici le due branche della tenaglia e dal monte Rovella può fare lo stesso perfino con Biella.

A sinistra, partendo dal paese di Mosso, i crociati fortificano le vette della cresta del Massaro con terrazzamenti e alloggi per la truppa, 1.200 soldati, e sulla terrazza più grande montano anche due macchine da guerra, due catapulte. Probabilmente si tratta di un trabucco di medie proporzioni e una ballista più piccola, armi di proprietà di Vercelli.

A destra, le milizie di Vercelli devono fortificare le vette delle pendici del Rubello (Craviolo, Sella di Caulera, Civetta e Tirlo) ma i lavori procedono a rilento.

I dolcinani non restano passivi e prendono a colpire le comunicazioni con le retrovie nemiche, ora sguarnite dall’impiego in massa degli armigeri nelle fortificazioni. Ricominciano le azioni di guerriglia e il morale crociato comincia a crollare. A novembre Dolcino realizza persino una sortita e affronta in battaglia la truppa di Vercelli presso la Sella di Stavello; è un piccolo ma feroce combattimento in cui gli eretici vincono e provocano l’arresto dei lavori di fortificazione della tenaglia sinistra.

A dicembre sul Massaro restano 700/800 armigeri, dei 1.200 iniziali, gli altri sono caduti o fuggiti, persino Raniero Avogadro è costretto a salire sul Massaro per rincuorare i suoi e riorganizzarli, impedendo le diserzioni in massa. Con la prima neve, i vercellesi si ritirano a Trivero e lasciano i 700 del vescovo isolati sul Massaro, a soli 200 metri in linea d’aria dalle fortificazioni di Dolcino. Ai crucesignati non resta che tornare a valle.

Dolcino e i suoi hanno vinto ancora!

Il vescovo, allora, ricorre a una tattica molto più articolata e di ampio respiro.

Anzitutto, la “terra bruciata”; gli abitanti di Mosso, Trivero, Coggiola e Flecchia sono evacuati a forza per sottrarre agli eretici ogni fonte di vettovagliamento. Dopodiché il cerchio assediante si allarga creando un quadrilatero di circa 50 chilometri intorno al Rubello e nuove fortificazioni sono realizzate su ordine di Raniero. I crociati occupano varie vette non più a ridosso del Rubello, isolando Dolcino e i suoi in un’area molto più ampia ma lasciandola completamente desolata.

Per Dolcino non ci sono vie d’uscita. Non si può forzare l’assedio (la Valsesia è stata nel frattempo riportata all’ordine da un intervento militare), Visconti al momento è battuto e le fila dei fratelli Apostolici si sono ormai ridotte, rinforzi non ce ne possono essere e la fame li sta consumando. Fra gli Apostolici si sarebbero perfino verificati casi di cannibalismo usando i cadaveri dei compagni morti. La fine è vicina.

Nel marzo 1307 il rinnovato esercito vescovile ritorna all’attacco, ora è superiore in rapporto di due a uno! L’assalto al Rubello è conteso disperatamente dai dolciniani che si difendono con la rabbia di chi non ha più nulla da perdere, consapevoli della fine imminente. Dal 20 al 23 marzo circa 400 denutriti, superstiti eretici, combattono contro un migliaio di crociati una battaglia disperata, la seconda battaglia della Sella di Stavello. Le fortificazioni sul Rubello sono prese d’assalto e il 23, dopo furibonda mischia, conquistate dai vescovili; 140 dolciniani sono prigionieri, fra di essi Longino, Margherita e lo stesso fra Dolcino. L’assedio al monte Rubello è durato 12 mesi e 13 giorni.

L'obelisco del 1907

Il movimento apostolico non viene però cancellato; ancora nel 1374 il sinodo di Narbona sancisce l’ultima condanna e con ogni probabilità il movimento valdese raccoglierà poi i superstiti dolciniani. Dante Alighieri citerà, unica fra le tante eresie, l’eresia dolciniana nella Divina Commedia. Sarà nella seconda metà del XIX secolo che l’esperienza di Dolcino viene riportata alla ribalta dal movimento socialista; dal 1877 i capi dei grandi scioperi degli operai tessili biellesi si riuniscono sul Rubello.

L’11/08/1907 viene inaugurato sulla vetta del monte Massaro alla presenza di 10.000 persone (soprattutto operai biellesi e valsesiani) un obelisco alto 12 metri a memoria del movimento eretico. Sarà abbattuto dai fascisti il 2 settembre 1927.

Il cippo del 1974

Seicento anni dopo l’ultima condanna degli Apostolici, il 14 settembre 1974, sul Massaro e sulle rovine dell’obelisco viene eretto un cippo su iniziativa del Corriere Biellese e di un comitato promotore di cui facevano parte, fra gli altri, Dario Fo, Franca Rame e il comandante partigiano Cino Moscatelli (la zona della lotta armata dolciniana sarà pure teatro della Resistenza al nazifascismo nel 1943/45).

Il cippo è identico a quello presente a Montségur, nei Pirenei occidentali, in ricordo del martirio degli eretici catari nel 1244.

Va detto che i detrattori dell’eresia dolciniana si rifanno alle cronache dell’epoca che attribuiscono ai dolciniani saccheggi e violenze indiscriminate, ma si tratta della retorica dei crociati, senza considerare che la zona interessata fu percorsa per più di un anno da armigeri mercenari, spesso pure disertori. Del resto, che ne sarebbe della memoria della Resistenza se la conoscessimo solo attraverso le cronache naziste o della RSI, che considerava tutti i partigiani come “banditen”?

Resta un’esperienza unica nella storia del Piemonte, in cui una comune cristiana dà filo da torcere a eserciti professionisti foraggiati da feudatari e clero, praticando una lotta libertaria dal profondo valore etico.

Flavio Rossi

Hastings, 1066: una nuova Inghilterra

Cartina Normandia-Inghilterra 1066

Il 14 Ottobre 1066 rappresenta la più importante data della conquista normanna dell’Inghilterra ed una delle principali del Medioevo inglese. L’Inghilterra, dopo molti secoli di invasioni barbariche (dopo la ritirata dei Romani nel 409 l’isola fu invasa da tribù di Angli, di Sassoni e di Juti; gli Anglosassoni la chiamarono Englaland o Englalond, cioè “Terra degli Angli”, che in seguito diventerà England), tornò a essere più strettamente connessa all’Europa, a scapito dell’influenza della Scandinavia.

Gli eventi messi in moto dall’arrivo dei Normanni porteranno alla nascita di una delle più potenti monarchie europee e di uno dei sistemi di governo più sofisticati dell’Europa occidentale. I cambiamenti non furono solo politici (fu l’inizio della lunghissima ostilità anglo-francese che durerà fino all’Entente cordiale o “Intesa amichevole” del 1904), ma anche linguistici e culturali. Rappresentò, infine, l’ultima conquista militare dell’isola da parte di un esercito straniero.

 

L’antefatto

La Normandia (Francia nord-occidentale) tra X secolo e XI fu ampiamente colonizzata dai Vichinghi. Alcuni di essi, però, si erano insediati nel nord della Francia adottando usi e costumi locali (ad esempio abbandonarono il paganesimo a favore del Cristianesimo) e difendevano le coste di quest’area dagli attacchi dei Vichinghi provenienti dal mare a bordo dei veloci drakkar: erano i Normanni (da Northmen o Norsemen, ossia “uomini del Nord”, da cui il nome Normandia).

Quando il re anglosassone Edoardo il Confessore (Edward the Confessor) morì nel 1066 senza lasciare figli o eredi diretti, il trono d’Inghilterra restò vacante e tre pretendenti lo reclamarono: Harald III di Norvegia, William (Guglielmo), duca di Normandia e l’Anglosassone Harold II (Aroldo) Godwinson.

Quest’ultimo prestò sotto i venerandi reliquiari della cattedrale di Bayeux il giuramento di riconoscere William quale successore, ma, alla morte di re Edoardo, reclamò la corona per se stesso: fu questo il pio alibi del duca di Normandia per impadronirsi del trono di Edoardo, armi alla mano.

 

Alla conquista dell’Inghilterra

Cavalieri normanni

Re Harald di Norvegia invase l’Inghilterra del nord nel settembre 1066, ma fu sconfitto e ucciso dalle forze di Harold nella battaglia di Stamford Bridge. Fu l’ultima volta che i Vichinghi invasero l’isola.

Il 28 settembre 1066 William sbarcò a Pevensey, nel Sussex, regno di Harold, il quale si mosse immediatamente senza dare tregua e rinforzare il suo esercito. Le due armate si scontrarono il 14 ottobre nella battaglia di Hastings, dove Harold incontrò la morte e gli Anglosassoni furono messi in fuga. William non aveva adesso più rivali, così marciò rapidamente attraverso l’Inghilterra, ottenendo la sottomissione dei vari signori anglosassoni ed il soprannome di “il Conquistatore” (the Conqueror). Il 25 dicembre 1066 William fu incoronato nell’ abbazia di Westminster.

 

La battaglia di Hastings

Lo scontro ebbe luogo il 14 ottobre 1066 a circa 13 km da Hastings. L’esercito di Harold era costituito soprattutto da manipoli di fanteria pesante, dotata di scudi rotondi e a goccia ma assai poco manovrabile in battaglia, mentre il forte dell’esercito di William (oltre 7.000 soldati ben armati, comprendenti 2.000 cavalieri) era formato soprattutto dalla cavalleria, già dotata di staffe per consentire una maggiore stabilità durante l’attacco.

Gli schieramenti a Senlac Hill

La fanteria sassone prese posizione sulla Senlac Hill, una bassa collina che dominava la pianura antistante il punto di sbarco dell’esercito normanno. Harold sapeva di non poter competere contro la cavalleria normanna, così posizionò i suoi uomini in una solida formazione ripiegata sulle ali, in cima alla collina.

Lo scontro cominciò in mattinata: gli arcieri di William si portarono ai piedi del colle, ma le frecce non poterono nulla contro il muro di scudi sassone. Entrarono quindi in campo la fanteria e la cavalleria che però, arrivate stremate in cima all’altura, vennero respinte. Nella foga della battaglia un gruppo di Sassoni si mise ad inseguire gli avversari in rotta, allontanandosi dallo schieramento. Mancando il muro della formazione, questi furono annientati dalla cavalleria normanna.

Huskarl con scudi a mandorla e rotondo

Visto l’accaduto, William attuò una strategia che può parer banale, ma che beffò i Sassoni, ormai sicuri della vittoria: ordinò ai suoi di simulare la ritirata, per poi far caricare gli inseguitori dalla cavalleria, mentre gli arcieri ripresero a scoccare. Una freccia colpì letalmente Harold ad un occhio (secondo le cronache inglesi del XII secolo Harold sopravvisse e fuggì in Cornovaglia con alcuni fidi), abbattendo il morale dei suoi uomini che si diedero alla fuga.

Solamente gli Huskarl (le guardie del corpo dei re scandinavi; il termine norreno huskarl o huscarl significa “uomo di casa”, ovvero uomo armato a difesa di una specifica casa, la propria o quella di chi l’aveva assoldato) rimasero sul colle fino alla fine e vennero massacrati dalla cavalleria normanna. Al tramonto i Normanni erano padroni di Senlac Hill e nessuno poteva più frapporsi tra William il Conquistatore e la corona.

 

Note e collegamenti

– le immagini sono tratte da “Osprey Campaign #013, Hastings 1066 – The Fall of Saxon England” (consigliatissimo come tutti gli Osprey, sia per le illustrazioni che per i contenuti)

– agli amanti del Symphonic/Epic Metal segnalo il concept album “Hastings 1066” della band italiana Thy Majestie